“Ciao, sono Hiro”, intervista allo chef della TV

di Maria Mattina
E’ giapponese e fa lo chef. Parliamo di Hirohiko Shoda, ma dagli italiani è conosciuto semplicemente come Hiro.
Classe 1977, è in onda in questi giorni su Rai Uno come uno degli chef protagonisti de La Prova del Cuoco, programma condotto da Antonella Clerici, nello spazio “Chi batterà gli chef?”; sul canale 412 di SKY Gambero Rosso Channel con il programma Ciao, sono Hiro. Il 5 marzo 2015 è uscito il suo coloratissimo libro di ricette tratto dal programma “Ciao, sono Hiro”.
Lo incontro per l’intervista a San Vito Lo Capo, ospite della manifestazione Cous Cous Fest, e subito capisco che il cuoco che ho davanti è il futuro.
Ci dica qualcosa della sua vita….
Ho studiato in una accademia musicale, ero un po’ il ribelle di casa. Dai 19 ai 29 anni ho lavorato in Giappone nell’alta ristorazione di cucina italiana come capo chef. Prima non avevo mai cucinato. In casa lo faceva mia madre. Non sapevo nemmeno da dove cominciare. In Giappone la scuola insegna sin da piccoli il senso della responsabilità, della professionalità e della pulizia. In cucina non esistono lavapiatti e donne delle pulizie, tutti fanno tutto, anche il capo chef. Questo rigore mi ha molto segnato e mi ha insegnato ad essere quello che sono. Non chiacchiere ma sostanza.
Perchè ha deciso di trasferirsi in Italia?
Da noi, contrariamente a quello che succede in Italia, non esiste il praticantato. Dopo la scuola si è assunti con un regolare contratto; se poi si capisce che non si hanno le capacità si viene licenziati, di solito solo il 10% dei ragazzi continua. Prima in Giappone si cucinava solo cibo francese, cinese e giapponese. Ancora il cibo e il made in Italy non erano così conosciuti come adesso. Agli inizi degli anni ottanta qualche chef proponeva cibi italiani, senza essere stato mai in Italia. La gente comune non conosceva i sapori italiani, anche perchè nemmeno i supermercati li proponevano.
Dopo anni di lavoro in ristoranti stellati di cucina italiana in Giappone, ho capito che dovevo venire a vivere in Italia per capire nel profondo la vostra cucina. Mi sono trasferito in Italia nel 2006 e finalmente ho concretizzato il mio sogno di conoscere e lavorare nel Paese che adoravo fin dalla tenera età.
Ha incontrato difficoltà? Il Giappone e l’Italia sembrano così diversi……
All’inizio è stato molto difficile. Ho lasciato un lavoro che mi permetteva di guadagnare molto bene e mi sono ritrovato senza nulla ed ad essere apostrofato “muso giallo, tornatene al tuo paese”. Ma non ho mollato ed eccomi qua.
Quale è la sua idea del cibo e della cucina?
I grandi problemi del nostro secolo nascono dall’industrializzazione e dalla globalizzazione massiva, con ripercussioni anche sull’alimentazione. Lo sfruttamento massiccio della terra e di chi la lavora ha portato alle conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti: paesi ricchissimi e paesi poverissimi, dove si è considerati solo numeri per la produzione. Ma noi cosa potremo dire di avere lasciato alla prossime generazioni? Quale contributo può dare uno chef? Bisogna educare sin da piccoli ad avere rispetto per il cibo e a non sprecarlo. Abbiamo dimenticato la semplicità e il contatto con la natura. La mia idea di cucina non è quella di rincorrere riconoscimenti e stelle, ma di ricercare il contatto diretto con la gente che mangia e produce buoni prodotti.
Attorno a me vedo molta gente stanca, esasperata, nervosa.
Se impariamo a mangiare bene staremo bene e avremo un rapporto con tutto quello che ci circonda diverso, di pace e di armonia. Bisogna creare una comunità positiva. La mia è una filosofia di vita che si rispecchia nel mio essere chef.
Quale approccio, dunque, con il cibo?
Il mio approccio è cercare di conservare al massimo le proprietà naturali del cibo. Affiancare cibi cotti a crudi, in perfetto equilibrio. Amo analizzare gli ingredienti che ho a disposizione e con quelli elaborare le mie ricette, nel modo più semplice possibile, senza stravolgerne l’essenza, ma esaltandone il gusto. Gli scambi culturali e gastronomici non possono che arricchire le nostre conoscenze e la nostra capacità di mangiare bene. Se un paio di decenni fa in Giappone si usava solo la salsa di soia perchè non si conosceva l’olio d’oliva, adesso non si può non tenere conto delle varie culture gastronomiche e lo scambio delle conoscenze ha portato ad un arricchimento delle cucine di tutto il mondo. Io non parlerei di cucina giapponese, o francese o italiana: per me esiste il cibo, che va rispettato come fosse un’opera d’arte.”
La filosofia di Hiro è semplice: l’amore per la Natura e la purezza dei suoi frutti; il contatto diretto con gli ingredienti freschi e di stagione; le mani dello chef come strumento principale per collegare la Natura e colui che mangerà il piatto finale.
Hiro esalta il concetto di ‘purezza dei cibi’ nei loro gusti e colori. Ogni ingrediente è visto nella sua completezza, nella sua essenza, esaltato in molteplici varianti, senza mai violentare la consistenza, cercando di valorizzare il gusto anche solo con l’efficacia di un taglio.
Una filosofia di Vita che si propone di effettuare quei piccoli (ma grandi) cambiamenti che ci permetteranno di lasciare ai posteri un mondo dove valga la pena vivere.
È’ davvero un grande!
Non solo è un grande chef, ma è anche di grandi idee.