Santorini, una meraviglia dell’arcipelago greco

di Filippo Passantino
Il bianco delle case, il blu delle cupole delle chiese ortodosse, il rosso-porpora delle bouganville che irrompono sui tetti e decorano le scalinate. Santorini riempie la memoria di dettagli di colore. Dettagli che si fanno ricordi come i tanti volti dei turisti incontrati che popolano l’isola nei mesi estivi. Ma se non sei un turista, bensì un viaggiatore, saprai certamente che ogni viaggio è un viaggio di scoperta, non solo del luogo ma anche di se stessi. E qui ha ragione Tabucchi: “Quel luogo siamo un po’ anche noi. E un giorno, per caso, ci siamo arrivati”. Quindi, se siete arrivati a Santorini, e siete dei viaggiatori, certamente cercherete due cose: tranquillità e meraviglia. Che si traducono nelle campagne di Karterados e nei tramonti di Oia.
Tra questi due estremi (geografici) si impone un centro, cioè Fira, il capoluogo dell’isola delle Cicladi. Fira è l’agorà, il luogo degli incontri, il posto dal quale si snoda la rete dei trasporti, che consente di raggiungere le “periferie”, le aree monumentali o le spiagge. Come quella “nera” di Kamari, una lunga lingua di sabbia circondata solo da ristoranti e negozi di souvenir. La storia dell’isola è racchiusa, invece, ad Akrotiri, una città del sud che conserva l’area archeologia e la poco distante torre veneziana, costruita nel 1200.
Di veneziano ormai porta solo il nome e il vanto delle origini. Tutto il resto è un groviglio di pietre che hanno visto un dominio turco più duraturo e un piccolo museo di strumenti musicali, arpe e flauti, orgogliosamente custoditi sotto una bandiera greca, posta sulla torre per la prima volta nel 1822.
La storia cede il passo alla natura qualche chilometro più avanti, dove l’acqua del mare frena il bus e il viaggio deve continuare su un peschereccio trasformato in un traghetto, che il più delle volte pende a destra o a sinistra in base al peso e alla distribuzione dei viaggiatori a bordo. A guidarla è “il Caronte delle tre spiagge”. Qualcuno ironicamente lo definisce così perché le parole che pronuncia con maggiore frequenza sono i nomi dei tre lidi che è possibile raggiungere solo col suo mezzo: red beach, white beach e black beach. Si tratta di spiagge chiamate così per il loro colore, situate nella costa meridionale, in cui è possibile trovare alcuni lettini e un bar. Poi, solo natura.
Il cuore di Santorini, dunque, resta Fira. Che poi non è altro che una lunga strada che taglia il centro dell’isola, attorno alla quale si sviluppa un groviglio di vie, quelle che Neruda definisce “le strade contorte dell’isola”, vie popolate da negozi e fatte di scale e ciottoli che conducono verso la costa a ovest. Da lì è possibile ammirare le altre isole dell’arcipelago o, di sera, ascoltare la tradizionale musica greca tra le luci soffuse dei locali.
Fira è centro, dicevamo. È luogo di incontri improbabili. A Fira puoi ritrovare a distanza di giorni il volto e il saluto della ragazza colombiana che ti ha dato la prima informazione, dopo che eri appena giunto per la prima volta al terminal dei bus. A Fira puoi perderti tra i sapori del Souvlaki, carne o pollo grigliato su uno spiedino, o del Gyros, molto simile al kebab turco. O tra le birre locali, la Fix, l’Alpha o la Mythos, e l’Ouzo, dal sapore simile a quello dell’anice. A Santorini, però, come ammettono gli stessi abitanti: c’è più vino che acqua. E così non si può andare via dall’isola senza avere bevuto del vin santo, vino dolciastro e molto simile al passito.
Nell’isola dove “ci sono più asini che persone, più chiese che case e più vino che acqua”, sventolano le bandiere di Syriza. Ma non si parla di crisi, non ci sono file ai bancomat, c’è solo una fiumana di gente che invade negozi di souvenir o pub, ristoranti o agenzie di noleggio di auto o moto. Frotte di turisti che, giunte le ore 20 locali, affollano il bus per spostarsi a Oia. È il posto della meraviglia che tutti cercano, nonostante la lontananza o le curve abbastanza insidiose. È il luogo migliore nell’isola per ammirare il tramonto, proprio quello che tutti cercano. E così bisogna sgomitare per trovare uno spazio sui gradini nella parte estrema del villaggio, dalla quale la prospettiva è migliore. Ma, una volta vinta “la battaglia del tramonto”, pensi che “per ogni cosa c’è un posto, ma quello della meraviglia è solo un po’ più nascosto”.
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